L'incontro si è tenuto presso il Centro Nitti a Ponticelli, Napoli il 6 maggio 2011
De Chirico
Ognuno di noi ha i propri presupposti quando si accosta ad una tematica, a partire dalle proprie conoscenze. Ciò e vero per ogni tema. Il credente evangelico cerca di capire cosa la bibbia dice, come orienta la riflessione. Argomento questo che caratterizza la fede evangelica che professa il sola scriptura. Nel quadro delineato dalla bibbia si guarda ai dati scientifici alle considerazioni morali alle questioni di fatto e si cerca di intrecciarle in modo che siano fedeli alle scritture e vicine ai dati della realtà. La scrittura non parla di embrione non contiene pertanto il versetto che dirime la questione che ci siamo posti. Spesso l’errore è quello di proiettare nella scrittura le proprie convinzioni non facendo quindi un lavoro di esegesi ma di eisegesi. Il fatto che non ci sia un versetto chiaro non significhi che la scrittura non abbia nulla da dire in proposito. La bibbia ha una visione per quanto dinamica ma abbastanza profilata di una antropologia dentro la quale è necessario collocare la nostra riflessione. Il primo dato che emerge dalla dinamica rivelativa delle scritture è il contesto nel quale la vita si origina. I riferimenti non sono tanto alla persona ma al seno materno. Il contesto entro cui la vita ha origine. Quasi tutti i riferimenti alla vita pre natale sono collocati nel grembo materno. Allora la bibbia non si sforza tanto di precisare l’identità della vita umana a partire dalla sua connotazione biologica, ma si preoccupa di connotarla rispetto al luogo del suo sorgere. La biologia non è quindi la categoria sola ed esclusiva . Il grembo in cui si annida la vita è più importante della biologia. Ora mentre nell’ambito della riflessione cattolica c’è una riflessione di tipo biologico, ovvero nel momento in cui si comincia a formare l’embrione li viene applicato tutto il carico di umanità di cui si dispone, in ragione di un’attivazione biologica. La riflessione laica dal canto suo tende ad essere molto elastica e a non individuare un elemento soglia che possa avere una più chiara comprensione del fluire della vita umana dallo stadio embrione a quello fetale e quindi è abbastanza inconcludente. Il pensiero biblico mi sembra che sfugga sia alle categorie solo biologiche che a quelle più elastiche di quello laico. Il secondo dato non è solo il luogo dove la vita si sviluppa quanto un’apertura all’altro che qualifica la vita umana in quanto tale. Si tratta del tema della relazione che la bibbia lega alla concezione dell’uomo in quanto essere creato ad immagine di Dio. Questo significa primariamente che l’uomo è un soggetto costitutivamente aperto ad intrattenere delle relazioni con chi è altro da sé. Senza relazioni non c’è immagine di Dio in quando egli è tre persone che sono in una mutua ed eterna relazione. Dio è Dio in relazione tra le tre persone della trinità. Questa capacità è la cifra dell’immagine divina trasmessa nell’uomo creato. Capacità relazionale che non è legata solo al dato biologico. Quindi possiamo affermare che la bibbia non pensa alla vita umana come ad un’entità a sé. C’è vita nascente la dove la vita è nel grembo materno e c’è vita a d immagine di Dio la dove ci sono relazioni significative. La prospettiva biblica non assolutizza il dato biologico e non lo eleva a livello determinante. La biologia è un dato da collegare al contesto in cui si sviluppa e al progetto di vita che esprime. Non separa neanche il dato biologico dalle relazione ma lo intreccia con esse. In altre parole la prospettiva antropologica della bibbia non è né monista, che racchiude cioè tutto in un’unica e sola categoria , ne dualista o pluralista, nel senso che non racchiude mai da nessuna parte il nocciolo antropologico.
Nella discussione sullo statuto dell’embrione vi sono due scorciatoie che devono essere possibilmente evitate. Da un lato c’è quello che si chiama il personalismo ontologico, che è una chiave di lettura della natura umana che è fondata sulla sua identità biologica. La biologia porta con sé l’ontologia, l’essere umano. Con tutte le conseguenze che questa concezione porta. Questa è una scorciatoia che dovrebbe essere evitata non tanto in campo filosofico quanto nell’ottica biblica multi prospettica. L’altra scorciatoia è il personalismo della prestazione. A differenza del personalismo ontologico l’idea è che fino a quando la vita umana no è in grado di erogare delle prestazione, come la capacità sensiente, la nascita, la coscienza,non porta in se il tratto della persona. In questo si rispecchia molto del pensiero laico che ha una visione molto libera nei confronti della vita nascente. Non decide quale sia la prestazione decisiva per determinare la personalità. Volendo dare una risposta all’argomento di oggi e da quanto prima detto penso di poter affermare che un evento soglia possa essere l’impianto dell’embrione in utero. Dove c’è una vita nel grembo materno c’è un progetto una capacità relazionale, che è anche biologica. Quindi alla luce dell’antropologia nel seno materno possiamo assegnare alla fase di impianto quel salto che potrebbe essere considerato l’evento soglia che è anche l’evento dentro cui cominciano a stabilirsi quelle relazioni tra figlio e madre. Allora l’embrione è uno di noi? Si, pero bisogna chiarire quale è il contesto dentro cui stiamo descrivendo questa realtà biologica. Non necessariamente l’attivazione dei processi biologici sono portatori di personalità. E’ una risposta che attribuisce un grado di rispetto e protezione in una fase molto vicina alla fecondazione l’evento soglia dopo il quale la vita può essere considerata a tutti gli effeti umana.
Gajewski
Essendo un pastore sono cosciente che il pastore è chiamato spesso ad affrontare nell’ambito della relazione d’aiuto scelte individuali talvolta cariche sia di grandi speranze che di drammaticità. Quindi la mia riflessione nasce anche dai riscontri della realtà pastorale. E’ chiaro che un teologo può affrontare questi temi solamente in una prospettiva interdisciplinare, con la medicina, la biologia , la psicologia. Ai criteri ermeneutici messi in evidenza da De Chirico vorrei aggiungere due temi. Il primo biblico: fertilità, fecondità sterilità. Il secondo: evangelo ed etica quale tipo di rapporto. Come postilla si potrebbe aggiungere etica e diritto. I documenti della commissione bioetica valdese che ho preso in considerazione sono 7 e vanno dal 1995 al 2009. Il pensiero biblico su fecondità, sterilità a partire da Genesi, vediamo che c’è una storia di apparente sterilità. Questo storia serve a mettere in evidenza il fatto che c’è il creatore e la creatura, quindi non solo dal punto di vista biblico ma anche da quello teologico c’è il creatore della vita. I concetti di fecondità, sterilità non sono da ascrivere alla pura dimensione biologica. Queste dimensioni fecondita-fertilità/sterilità hanno una dimensione senz’altro relazionale. Non è solo bios, biolatria ma a mio avviso la teologia biblica mette in evidenza l’aspetto relazionale con Dio creatore e quello con gli esseri umani.
Per quanto riguarda il rapporto tra evangelo ed etica c’è una visione molto legata alla dimensione pubblica in cui si ritiene che la formazione di una personalità etica in fondo non c’entra con l’annuncio evangelico. Ma l’annuncio evangelico non è sostituibile con la formazione di una personalità etica. Come dire sono due cose non separate ma comunque distinte. L’obiettivo dell’annuncio evangelico non è la costituzione di una personalità etica. Noi non predichiamo l’evangelo affinché la gente si comporti meglio. L’annuncio evangelico non si traduce direttamente in orientamenti in norme e orientamenti che potrebbero prenderne il posto. L’annuncio evangelico resta una realtà autonoma non traducibile in realizzazioni umane. Per dirla con Vittorio Subilia nessuna realizzazione umana è assoluta e definitiva.
In Italia purtroppo la grande confusione è quella zona grigia che si forma tra etica e diritto. Ad esempio in nel campo del diritto il parto e quello che segue è regolamentato. A dire il vero la legge entra anche nella sfera pre parto. Ed è qui che si forma questa zona grigia. In questo si dimentica che ci sono anche i diritti di chi è già nato. Sempre rimanendo nel campo del diritto purtroppo è da rilevare che con la legge 40/2004 il legislatore ha tenuto conto di una sola visione morale, quella della chiesa cattolica romana, che si rifà al personalismo ontologico. Possiamo in conclusione dire che un’etica che vuole responsabilmente porsi di fronte alle questioni che coinvologono l’embrione, in vista di orientamenti personali e di scelte collettive, deve abbandonare la ricerca di una definizione ultima per mezzo della quale porre un freno arbitrario alla ricerca, e tentare di disarticolare le questioni a livello delle relazioni coinvolte. Ogni intervento sull’embrione va collocato nel presente entro cui avviene, va confrontato con le finalità che si propone, con le conseguenze che esso avrà sul mondo umano e con gli interessi e i diritti delle persone coinvolte. Non crediamo esista un principio assoluto dal quale tutto dipenda, ma occorre tener conto di criteri e valori diversi a volte in conflitto tra loro. Di qui il rifiuto di ogni generalizzazione ma il tentativo sempre precario e sempre rinnovantesi di scegliere tra possibilità umane egualmente buone e talvolta alternative.